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Ormai quando nel calcio italiano quando si incontra un cognome già sentito non si tratta di un caso ma di un parente. Proprio come nella politica, nel cinema, nella medicina, nel giornalismo e in altri settori. L’ultimo ‘figlio di’ uscito dall’anonimato è Lorenzo Colonnese, diciottenne figlio di Francesco ‘Ciccio’ Colonnese ed eletto miglior giocatore della Viareggio Cup vinta dal suo Genoa, allenato da Gennaro Ruotolo, contro la Fiorentina in finale. Vedendolo in un contesto giovanile Colonnese junior, difensore come il padre anche se più portato alla costruzione, sembra davvero forte e in ogni caso non si arriva per caso a giocare in una Primavera importante come quella del Genoa.
Le raccomandazioni, quando ci sono, semmai valgono molto per classi di età inferiori. Il fatto che Daniel Maldini abbia giocato contro la Germania, per citare un caso molto discusso visto che stiamo parlando di una riserva poco giocante dell'Atalanta (e prima ancora nel Monza aveva spostato zero), e Orsolini no dipende dall’hype derivante dal cognome, certo non da un complotto contro Orsolini. Questo non toglie che mai come negli ultimi anni anche il calcio italiano sia pieno di figli di calciatori, italiani e stranieri, cosa fino poco tempo fa abbastanza rara. Dai fratelli Thuram appunto a Maldini, da Weah a Riccardo Sottil, da Francisco Conceiçao a Zaniolo, da Kevin Martins a Filip Stankovic a tanti altri, tantissimi contando anche le Primavera, la Serie A si è allineata ad altri grandi campionati.
Un fenomeno che Gianluca Vialli e Gabriele Marcotti nel loro The italian job, avevano evidenziato rapportando l’Italia egli anni Settanta e Ottanta, quella insomma in cui era cresciuto Vialli, all’Inghilterra: da noi il calcio fenomeno interclassista (il libro è del 2008), in Inghilterra uno sport per proletari o figli di calciatori, tipo Clough, Lampard e Redknapp. Ecco, nell’Italia del 2025 la classe media sembra invece più lontana dal calcio agonistico praticato di quanto fosse una ventina di anni fa, pur continuando a seguirlo, anzi seguendolo di più, come spettatrice. Questa classe ha scelto altri sport? Ha scelto il divano? Qui non è questione di calcio di strada, come spesso si dice dopo ogni disastro azzurro, ma di calcio propriamente detto. Lo giocano quasi tutti, ma quelli che ci provano seriamente sono di meno. Tutto va poi rapportato alla diversa quotidianità: scuole elementari-primarie che finiscono alle 16.30 invece che alle 12.30, genitori entrambi impegnati che non possono accompagnare, squadre anche di livello infimo che impongono 4 allenamenti alla settimana più la partita a bambini. In questo contesto va avanti chi ha già la testa del professionista, spesso per eredità familiare, e chi cerca riscatto sociale.
stefano@indiscreto.net
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