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L’ex capitano ricorda la finale di Coppa Uefa persa con l’Inter: «Non meritavamo quel ko, oggi vedo una squadra in crescita»
Una vita da dieci. Giuseppe Giannini è stato il regista, il capitano della Roma, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Anni di Prima Repubblica, di una Roma che non riusciva a ripetere le imprese di quella di Viola e Liedholm e che cercava di risorgere dopo aver superato il breve periodo della presidenza di Giuseppe Ciarrapico. Nel 1991 la Roma vinse la Coppa Italia e in quello stesso anno arrivò in finale di Coppa Uefa, persa contro l’Inter. Giannini era il capitano, il Principe, il leader di quella squadra, che aveva grandi campioni e Ottavio Bianchi in panchina. In quella stagione la Roma meritava anche la Coppa Uefa, ma un arbitro russo regalò la finale di andata all’Inter con un rigore inesistente.
Il Principe se lo ricorda bene. Un trofeo sfumato.
«Quell’anno avevamo una grande squadra, facemmo un bel cammino anche in Europa. Ricordo ancora quel rigore. Uno scandalo, perdemmo a San Siro per un fallo inesistente di Comi su Berti. Fu inutile la vittoria all’Olimpico con il gol di Rizzitelli. In Coppa Uefa eliminammo il Benfica, il Valencia. Vincemmo a Lisbona al primo turno dove loro erano imbattuti da cinque anni. Il gol della vittoria lo feci io, me lo ricordo eccome, ero a due passi dalla porta e per poco non mando il pallone alto, a volte rischi di sbagliare le cose più facili. Facemmo una grande partita anche all’andata, con la vittoria firmata da Carnevale. Quel Benfica era uno squadrone, con Valdo e altri campioni, ma noi in contropiede gli facemmo male».
Poi un’altra grande d’Europa eliminata, il Valencia, un’altra spagnola, come ora l’Athletic Bilbao.
«Vincemmo al ritorno all’Olimpico con il mio gol e il rigore di Voeller, dopo aver pareggiato a Valencia. Ricordo che fu un confronto duro, graffiarono Gerolin in volto».
Poi fu la volta del Bordeaux. La goleada per 5-0 all’Olimpico è ricordata soprattutto come l’ultima partita ufficiale di Bruno Conti.
«Sì, con i francesi non ci fu storia, vincemmo anche al ritorno. L’Olimpico si commosse all’ingresso in campo di Bruno».
Quindi ai quarti i belgi dell’Anderlecht.
«Contro l’Anderlecht feci tre assist, Bianchi mi voleva sostituire e gli ho detto: “Ma che mi cambi?”, da lì il nostro rapporto si è incrinato. Lui aspettava tutti sulla porta, per dare la mano. Quando sono passato non gli diedi la mano. Bianchi fece discorsi in generale, dicendo che bisogna avere rispetto».
Infine la semifinale contro il Broendby, sorprendentemente arrivato fin lì.
«I danesi avevano grande corsa, tutti forti fisicamente. Ma con Rizzitelli e Voeller riuscimmo a guadagnare la finale. Avevamo una bella coppia di attaccanti, cattivi, determinati. Uno potente, l’altro veloce. Io dietro che gli davo qualche assist invitante...».
L’anno prima protagonista nel Mondiale, poi con la Roma fino in finale in Europa. Il periodo migliore della tua carriera.
«È stato un bel periodo, con un pizzico in più di fortuna potevamo fare la doppietta. Coppa Italia e Coppa Uefa».
Poi perdeste la Supercoppa contro la Samp, con un gol di Mancini.
«Mancini e Vialli erano miei compagni anche in Nazionale. Ricordo Vialli, un grande un trascinatore, un personaggio importante, aveva carisma, un campione».
Quella Nazionale vide sfumare la finale Mondiale in casa.
«Era una squadra molto forte, poteva ottenere di più ma con l’Argentina di Maradona c’era poco da fare».
Con Bianchi non hai avuto un grande rapporto.
«Non andavo tanto d’accordo, ma non è dipeso da me, mi sono sempre comportato bene, in campo e fuori, non so perché ce l’aveva con me, non l’ho mai saputo».
In quella squadra avevi molti amici, altri meno.
«Sono rimasto in buoni rapporti con Carboni, Rizzitelli, Voeller, Berthold, Aldair, Cervone. Ora ci si vede di meno ma Amedeo (Carboni, ndr) l’ho sentito giorni fa, ha un circolo sportivo ad Arezzo. Anche Tempestilli è un amico, ma in quella squadra così forte non poteva fare il titolare. Scrivilo, così si arrabbia...».
Era una Roma con grandi personaggi, anche fuori dal campo.
«Fernando Fabbri, Giorgio Rossi, stiamo parlando della storia della Roma. Erano lì da 50 anni».
Questa Roma che affronta l’Athletic Bilbao che prospettive ha?
«Dà l’impressione che più gioca e più si mette a posto. Da quando è arrivato Ranieri in ogni partita c’è un piccolo miglioramento, adesso i giocatori sono più convinti, più sereni, hanno vinto il derby che ha dato tranquillità psicologica. Comunque ci sono giocatori di qualità».
Soulé sembra un potenziale campione.
«È bravo, è giovane, ma andrei cauto nel paragonarlo a Dybala. I due che stanno facendo la differenza sono Saelemaekers e Dybala e poi Shomurodov che doveva andare via. Di testa è forte, sbaglia qualcosa con i piedi, ma è un lottatore, non è facile da marcare».
Pellegrini, romano e capitano come te, è in difficoltà.
«Non mi piace dare consigli. È in Nazionale, sta facendo una buona carriera. È demoralizzato, non rende, ma io l’ho sempre difeso, è uno di noi, non ha mai fatto polemiche, mai creato problemi all’interno. Se va in panchina accetta con serenità, ha un grande spessore morale. Se è in Nazionale è tra i primi 30 giocatori in Italia, può essere contestato, ma nella Roma ci può stare».
Per un romano fare il capitano non è facile.
«È sempre molto difficile, però poi è anche bello, è esaltante se le cose vanno bene. Ma deve essere consapevole che può finire sul banco degli imputati se vanno male».
A un certo punto Bianchi ti tolse la fascia di capitano, ti ricordi?
«Certo, la diede a Voeller, lui l’accettò. Io non l’avrei presa, avrei parlato con il diretto interessato, poteva dirmi qualcosa. Invece non mi disse niente. Con Bianchì si incrinò il rapporto quel giorno che non gli diedi la mano. Lui prima delle partita dava le maglie a tutti i giocatori con una stretta di mano, a me la lasciava sulla panca. Non c’era più rapporto».
Tuo padre è stato dirigente di calcio, il primo a credere in te.
«È stato fondamentale, ci ha sempre creduto in quello che sarei potuto diventare, a volte mi sgridava, altre mi spronava, mi correggeva anche quando facevo bene. Dopo l’esordio in serie A Liedholm mi mandò a giocare il derby degli Allievi. Feci due gol. Mio padre accompagnandomi mi mise in guardia: “Vedrai che cercheranno di provocarti, resta tranquillo”. Io ero portato ad andare allo scontro, a reagire. Al ritorno si arrabbiò invece di farmi i complimenti».
Oggi cura l’Academy del Marino.
«Abbiamo cominciato da pochi mesi e abbiamo 110 ragazzi. Ho fatto la scelta di tornare a casa mia, dove preparavamo il Mondiale del ’90. E poi mia madre era marinese. È stata una scelta anche di cuore».
Cosa ti ha spinto a ripartire da qui, dopo essere stato protagonista nel calcio che conta?
«La soddisfazione di vedere tra qualche anno qualcuno che fa un percorso importante come il mio, ma anche quella di togliere i ragazzi dalla strada. Ci sono anche dieci ragazzi diversamente abili che fanno ginnastica con gli altri. A giugno partiranno i lavori per lo stadio nuovo. Prima, tra il 13 e il 15, in occasione della festa del santo patrono, san Barnaba, faremo un torneo internazionale con Roma, Lazio, Frosinone, Real Madrid, Fortaleza e altre squadre toscane, umbre e campane. Per i ragazzi nati negli anni 2012 e 2013, potremmo scoprire il nuovo Giannini».
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