«Lazio, troverai un ambiente difficile»

«Lazio, troverai un ambiente difficile»

Guerino Gottardi ricorda bene il successo del 2000 a Praga: «Stadi piccoli e sempre pieni, non è mai facile vincere»

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Giocare in certi stadi non è mai semplice. In Repubblica Ceca l’atmosfera è sempre molto calda e i tifosi fanno sentire la loro pressione. Per la Lazio non sarà facile». Guerino Gottardi mette in guardia la squadra di Marco Baroni. L’esterno destro era in campo il 7 novembre del 2000, quando i biancocelesti di Sven-Goran Eriksson affrontarono e sconfissero a Praga lo Sparta, in una gara valida per la fase a gironi della Champions League. Gottardi ha vestito la maglia della squadra biancoceleste per nove stagioni. Ha vinto uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa europea, tre Coppe Italia e due Supercoppe italiane. Ha legato per sempre il suo nome a quello della Lazio più forte e vittoriosa della storia, che ha aiutato a diventare grande grazie alla sua professionalità e ai suoi guizzi. Ha segnato reti importanti e rimaste nella storia: ha deciso uno dei quattro derby vinti dalla Lazio nella stagione 1997-98 (record assoluto nella storia delle stracittadine) e la finale di Coppa Italia con il Milan. Gottardi entrò in campo con i rossoneri (che avevano vinto la gara d’andata) avanti 1-0 e diede la svolta decisiva alla rimonta: segnò il gol del pareggio e si procurò il rigore del 2-1, segnato da Jugovic.

 

Gottardi, cosa ricorda di quella sfida di Champions League giocata a Praga?
«Mi ricordo bene quella trasferta, fu l’ultima giornata della fase a gironi e nonostante Eriksson fece numerosi cambi di formazione, riuscimmo a vincere 1-0».

 

Ad andare in gol fu Fabrizio Ravanelli...
«Giocammo una partita di fronte a quasi trentamila tifosi. Le tribune erano piene e l’atmosfera calda. Ricordo uno stadio non grandissimo, ma con tanta passione».

 

Gli stadi in Repubblica Ceca sono generalmente piccoli: vantaggio o svantaggio per una squadra come la Lazio?
«Per me non era uno svantaggio. Ero abituato agli stadi in Svizzera (ride ndr.)».

 

In quella gara lei giocò terzino destro. Con Eriksson ha ricoperto diversi ruoli. Quale è stato il suo preferito?
«In quella sfida il mister mi schierò tra i quattro difensori. Mi sono sempre ritenuto un jolly e questa è stata una delle mie caratteristiche. Ho giocato terzino, centrocampista, a volte anche attaccante: sempre sulle fasce. Diciamo che in quella Lazio, piena di campioni, se volevi ritagliarti un po’ di spazio, dovevi anche essere in grado di adattarti. Io mi sono sempre sentito più centrocampista, ma diciamo che pur di giocare in quella Lazio, ero disposto a tutto».

 

Come è riuscito a trovare spazio in quegli anni?
«Avevamo almeno due squadre fortissime, più di venti titolari. Eriksson è stato bravissimo a far giocare tutti e a tenere tutti sulla corda. Io cercavo di sfruttare ogni occasione che mi capitasse. Credo che le mie caratteristiche si adattavano perfettamente a quello che chiedeva il tecnico. Ero veloce, dinamico e quando venivo chiamato in causa ci mettevo poco ad adattarmi. Quando si faceva male qualcuno, io mi buttavo. In qualsiasi ruolo».

 

La stagione precedente a quella sfida la Lazio chiuse la sua avventura in Champions League a Valencia. Lei era titolare al Mestalla. A distanza di anni, come si spiega quella debacle?
«In quella partita non ci abbiamo capito nulla. Eriksson prima della gara ci aveva messo in guardia e ci aveva detto che loro sarebbero partiti fortissimi. E noi gli abbiamo risposto di stare tranquillo...».

 

E poi?
«E poi arrivavano da tutte le parti. Dopo quattro minuti eravamo 2-0. Nella prima mezz’ora correvano come matti. La cosa incredibile è che per due volte siamo riusciti a rientrare in partita, ma inutilmente. Come segnavamo un gol, loro tornavano ad attaccarci. Ricordo che il giorno dopo a Formello mi si avvicinò Sinisa Mihajlovic e mi disse: “Guerino, io ancora non c’ho capito niente”».

 

Nel 2000 l’avventura in Champions finì ai quarti di finale; la stagione successiva al secondo girone eliminatorio. Il cammino non particolarmente felice in Europa rappresenta un rammarico per lei?
«Ho avuto la fortuna di giocare nella Lazio più forte di sempre e di vincere uno scudetto e tante coppe. Ma la Champions manca. Secondo me la stagione di Valencia, la Coppa poteva essere nostra. Avevamo tutto per poterla vincere. Se fossimo passati con il Valencia, potevamo arrivare fino in fondo. Diciamo che la mia esperienza alla Lazio è stata fantastica e abbiamo creato una torta buonissima. Ci è mancata la ciliegina: forse due, se pensiamo anche alla finale di Coppa Uefa con l’Inter».

 

Di soddisfazioni però se n’è tolte tante.
«Il gol nel derby è stato bellissimo e importantissimo, ma io considero il momento più alto della mia avventura, quel gol in finale di Coppa Italia con il Milan. Entrare a freddo in una finale e deciderla, è stata una soddisfazione straordinaria. Indimenticabile».

Ha vestito la maglia dal 1995 al 2004, giocando al fianco di tanti campioni. Le faccio qualche nome: Beppe Signori...
«Un bomber eccezionale, capace di segnare gol in ogni modo».

 

Alen Boksic.
«Talento unico: quando era in giornata poteva vincere da solo contro tutti. Quando non gli andava ti faceva giocare in dieci».

 

Pavel Nedved?
«Ho dormito quattro anni in stanza con lui. Era impressionante: un professionista eccezionale, capace di giocare 55 gare consecutive, tutte allo stesso modo, senza mai calare di forma. Ma se posso fare un nome, ne vorrei fare un altro. Di un giocatore che non sempre viene ricordato...».

 

Di chi si tratta?
«Di Jugovic. Un giocatore fantastico. Sembrava che ridesse sempre, ma quando era in campo aveva una tecnica impressionante. Mai visto nessuno così. Peccato che è rimasto solo un anno con noi».

Il tecnico preferito?
«Eriksson e Zoff. Due grandi allenatori e due signori. Eriksson era straordinario, tatticamente e nei modi. Quando c’era da chiudere un occhio lo faceva, se avevi qualche problema lo capiva. Era sempre sereno e non si incavolava mai. Tanti lo vedevano come un difetto, ma era un signore, con una classe e una signorilità incredibile».

 

E Zeman?
«Grandissimo nella fase offensiva. Solo che dopo un po’ ti faceva perdere la voglia di seguirlo. Ma è stato comunque un grande e ci siamo divertiti in quegli anni».

 

Ha un consiglio per la Lazio di oggi che andrà in Repubblica Ceca?
«Di fare quello che hanno fatto fino ad oggi in Europa. Mi è piaciuto il modo in cui ha affrontato questa competizione. Spero che continuino così».

 

Le piace Marco Baroni?
«Ha fatto un grande lavoro, ripartendo da zero ed ottenendo degli ottimi risultati. Per me la Lazio sta facendo più di quello che tutti si aspettavano».

 

Chiudiamo con una battuta: c’è un Guerino Gottardi nella Lazio di oggi?
«Assolutamente no...».

 

Nel senso che non c’è nessuno capace di segnare in un derby o in una finale?
«Nel senso che non c’è nessuno che oggi saprebbe ricoprire tutti i ruoli. Io giocavo in una Lazio di fenomeni assoluti e dovevo per forza sfruttare ogni occasione. Oggi la Lazio è diversa. Ci sono tanti buoni giocatori ma sono quasi tutti sullo stesso livello. Difficile trovare un fenomeno che sia decisamente più forte degli altri».

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