Galeone e Allegri: cuoricini dal 1991

Galeone e Allegri: cuoricini dal 1991

Quello tra il tecnico e l'ex numero 10 è un rapporto calcistico nato a Pescara, continuato a Perugia, proseguito a Napoli e terminato a Udine. Ma l'amicizia non finirà mai

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Alberto Arbasino ha delineato in un celebre aforismo le tre fasi della carriera di uno scrittore italiano: si passa da “brillante promessa” a “solito stronzo” e infine si approda alla condizione privilegiata di “venerato maestro”. Per gli allenatori vale lo stesso.

A ottantaquattro anni compiuti, Giovanni Galeone può godersi il terzo tempo della sua vita con la consapevolezza di aver scritto pagine importanti del libro del calcio. Dalla sua casa di Udine osserva sereno il brulichio febbrile di chi sgomita ancora in prima linea, con un occhio di riguardo per il suo pupillo: Massimiliano Allegri, ormai da un po' nella fase intermedia. La loro relazione privilegiata affonda le radici nella stagione 1991-92. Galeone è per tutti il Profeta, ma la sua parabola sembra in declino. Con il “Pescara delle meraviglie” è retrocesso in B nel 1989 e dopo una parentesi deludente a Como, è tornato alla guida degli abruzzesi in B concludendo la stagione 1990-91 al quattordicesimo posto.

Storia dell'amicizia Allegri-Galeone

L'incontro con “acciughina” Allegri, intemperante mezzala livornese proveniente dal Pavia, fa le fortune di entrambi, ma gli inizi non sono idilliaci: “Neanche lo volevo, non sapevo chi fosse. Mi sono fatto incantare dalla bellezza della presidentessa del Pavia Giusy Achilli, che mi diceva 'prendi anche lui'”.

“Quando lo conobbi era solo un ragazzo, era quasi timido” ha ricordato con gli occhi a cuoricino, ma Achilli lo descriveva modo diverso: “Scatenato e dissacrante, assai poco incline alle regole”. In campo, però, lo amava con un impeto pari a quello sviluppato Galeone: “Genio e sregolatezza fuori, piedi buoni e cervello fino sul rettangolo di gioco”

Il Pescara è la rivelazione della B 1991-92 e a fine anno conquista la promozione. Allegri è il giocatore più “fantasioso e intuitivo” della squadra e tra lui e Galeone scocca la scintilla: “Serio, intelligente, lavoratore. Si capiva che avrebbe fatto strada”.

“Massimiliano era bravo a leggere la partita, sapeva valutare dove riuscire a colpire l'avversario, a individuarne i punti deboli. Ma anche a capire quando e dove soffriva la squadra. Aveva delle capacità innate in questo senso” ha spiegato su Repubblica anni dopo.

Nella sua prima esperienza da titolare in A, Allegri segna dodici gol disputando la miglior stagione in carriera, ma nonostante i suoi numeri sorprendenti e sprazzi di grande calcio il Profeta è esonerato a marzo e gli abruzzesi retrocedono.

Max passa al Cagliari, ma come ha spiegato Galeone lì “non lo capiscono”. “Non giocava molto neanche al Pavia in C1, non lo facevano giocare Tabarez e Trapattoni al Cagliari, giocava poco al Padova in B. Giocava solo con me” si cruccia.

Per evitare altri fraintendimenti si riuniscono a Perugia in B, nella stagione 1995-96. In Umbria trascorrono mesi burrascosi, con Gaucci presidente è difficile accada il contrario, e Galeone deve operare scelte forti come escludere Marco Materazzi – “Non mi piaceva, non lo volevo in spogliatoio e lo mandavo a cambiarsi a parte” – ma con Allegri la connessione è salda: “Era avanti, era una mezz'ala che si inseriva, ma giocava in un periodo di oscurantismo, il più bravo era sempre chi menava di più. Invece lui era un giocatore di qualità”.

In Perugia-Venezia del 26 maggio 1996 Allegri segna al 99esimo un rigore fondamentale che vale la promozione e come a Pescara è ormai considerato il simbolo delle idee di calcio del suo mister.

Sembrano le premesse di un altro miracolo ma in A va tutto malissimo. Tra Gaucci e Galeone scoppia una diatriba furibonda perché, come ha spiegato Pietro Vierchowod, il tecnico “è un po' troppo amico dei giocatori” e gli allenamenti mancano di intensità. Galeone finisce in ospedale per il troppo stress e a gennaio la sua panchina salta, così Allegri piomba in crisi d'identità ed è costretto a scendere di nuovo in B, a Padova.

A novembre 1997 i due provano a ricominciare insieme da Napoli, ma come ammesso da Galeone quella minestra riscaldata “è un errore”. Appena arrivato il tecnico parla di acquisti imminenti: “Roba di ottima qualità, gente con un passato luminoso che ha come obbiettivo futuro il prossimo Mondiale”. Sogna Zamorano, Vlaovic, Adailton ma gli portano Allegri, che in Veneto non sta brillando: “Non mi sento un raccomandato” si discolpa lui alla presentazione. “Ha disimparato. Ha perso l'abitudine a certi movimenti. Ma conto di recuperarlo a breve, per il mio gioco è molto importante” lo consola Galeone, ma il sodalizio dura appena dieci partite e a febbraio 1998 arriva un altro esonero. Max chiude pure con Napoli.

Stagione 1999-2000. Nove anni dopo la prima volta Allegri e Galeone si ritrovano a Pescara in B, ma non è più il carnevale di un tempo: “Basta finezze, qui bisogna fare gol” arriva a dichiarare il tecnico in controtendenza con la propria filosofia. “Quella del 1992 era una squadra più offensiva, pensavamo più a segnare che a difenderci. Questo Pescara ha un centrocampo che sa contrastare” chiarisce Allegri, nel frattempo assurto ad allenatore in campo. Galeone è in piena seconda fase e conclude il campionato con un misero tredicesimo posto, Max pensa già alla sua nuova professione.

Nel novembre 2006 le loro strade si incrociano dal punto di vista lavorativo per l'ultima volta. Galeone è in difficoltà sulla panchina dell'Udinese e i Pozzo chiamano Allegri per “aiutarlo di nascosto” nelle vesti di “ottimizzatore”: finirà a gennaio con un ennesimo esonero. Galeone si appresta ad entrare nella sua terza fase, Allegri è già l'enfant prodige dei tecnici italiani. “Da giocatore ha fatto meno, molto meno di quanto meritasse” ricorda oggi Galeone a chi gli fa domande sul passato da calciatore del suo pupillo. Ma nessuno si permetta di definirlo suo allievo: “È limitante”. Le storie d'amore più genuine non sono sempre facili, ma che tu sia un venerato maestro o un povero stronzo, l'importante è avere qualcuno con cui condividere gioie e dolori.

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